Io ho dei limiti estetici quasi insuperabili. Ad esempio, non sopporto l'estetica hip-hop. Non posso farci niente, è più forte di me - e no, non cadrò tanto in basso da giustificarmi dicendo cose come "ho mezza discografia di Nina Simone, quindi non sono razzista". Questo per spiegare in due parole perché, pur riconoscendo tutti i meriti immaginabili a "Fa' la cosa giusta" - l'unico film di Spike Lee che ho visto prima di questa sera - e, pur avendo passato dei pomeriggi eccitanti studiandolo (parte dell'esame di letteraura angloamericana), non posso dire di aver passato le due ore più piacevoli della mia vita guardandolo.
E insomma, questo il mio rapporto con Spike Lee fino a tre ore fa. Vi pare normale che l'argomento del titolo compaia nel primo paragrafo solo in un post su dieci, a proposito non so di cosa?
Il rapporto è mutato da una profonda stima ad una grande ammirazione con questo Bamboozled. Davvero, dopo il prossimo punto ne parlo. Intendevo questo.
Di cosa parla Bamboozled. C'è uno sceneggiatore afroamericano harvardoso, Pierre Delacroix, che lavora per un grande network terrestre statunitense, che da bravo network terrestre statunitense è in crisi a causa di internet, del cavo, del satellite, e di tutte queste cose che mettono in crisi i network tradizionali. Scrive soggetti su serie ambientate in famiglie afroamericane upper-class, che vengono regolarmente rifiutati dalla produzione. Ad un certo punto, asfissiato dalle pressioni del proprio capo che insiste sulla necessità di continuare a proporre lo stereotipo del nero del ghetto, più riconoscibile e più amato, gli propone provocatoriamente di mettere su un minstrel show - avete presente? Con bianchi o neri truccati da neri che fanno balli da neri e sono stupidi e sfaticati, spettacoli del genere sono stati molto popolari in america fino agli anni '40; qui in Italia, invece, fino a dieci anni fa le stesse immagini apparivano su alcune confezioni di caffé e nella réclame della Saila, ma figurati se dobbiamo sentirci in colpa. (Per quello che se ne esce sempre à la cazzo: l'ultima frase era sarcastica).
Senonché, l'idea piace, e due ragazzi che si esibivano sotto la sede degli studios vengono assoldati come protagonisti. Lo show genera tutte le controversie del caso, il finale sembra tragico ma si rivela ancora più tragico, le cose sono molto più complicate, è pieno di personaggi splendidi, ma ora basta con la trama che a raccontare i film non sono bravo e non vorrei rovinarlo.
Come e perché Bamboozled è un filmone. Fermo restando che il protagonista è Dio, Bamboozled sarebbe una di quelle cose in cui c'è uno spettacolo dentro uno spettacolo, e spettacolo.1 e spettacolo.2 si scambiano di ruolo; e a questo punto sarebbe banale. Sarebbe quella cosa lì, ma infarcita di citazioni, autocitazioni, ironia e palpebre a mezz'asta, e a questo punto sarebbe meno banale ma non abbastanza originale da evitare che lo stesso anno ne uscissero altri cinque. Poi, sì, c'è un giudizio sarcastico su tutto questo, ma se ci si fermasse qui Spike Lee somiglierebbe un po' a chi, da una collinetta, guarda e studia tutti quelli che fotografano il Pagliaio più fotografato d'America.
La cosa che lo rende interessante è che il film è profondamente anti-ironia. Ovvero, avete presente tutto questo disprezzo, da parte dello stesso hypetariato (ho creato la parola più bella del mese! lasciatemi il vostro indirizzo, vi mando il post autografato) che vent'anni fa lo promuoveva, del politically correct? Avete presente questa gente che si ritiene supercool e smaliziata parlando di "negri", dato che tanto non è razzista perché non vedi che ha gli occhiali in plastica? Ecco. Il film cerca disperatamente di ricordare che ai significati sono attaccati dei significanti. E riesce in pieno nel suo intento usando lo stesso linguaggio dissacrante, lo stesso bombardamento di riferimenti e di connotazioni che, pian piano, hanno separato queste due cose.
E la gradualità, in questo processo, è impressionante: si parte dai simboli - nella prima parte del film, sembra di stare in un romanzo di DeLillo: simboli, simboli, simboli; e la realtà sta lì perché altrimenti non si sapeva dove posarli - per arrivare gradualmente ad una realtà che, però, non può permettersi di manifestarsi se non prima di essere passata nello spettacolo (cfr. l'ultima esibizione di Manray). E alla fine, nella carrellata di episodi tratti da pellicole d'epoca che mostrano il personaggio nero al pieno della sua negritudine a misura di bianco, ci si rende conto con una forza incredibile di come certi simboli ed un certo immaginario avevano a che fare con la realtà, e di come tale immaginario fosse potente e violento.
Wow, questo era quasi accademico, mi sa che lo linko alla professoressa.
Ah, nota all'edizione italiana. Mio dio che pena. Al di là della copertina, che nella nostra sembra presentare un film d'azione; al di là dei doppiatori: la traduzione è orrenda, ed orrendamente didascalica. Fatevi del bene, e se masticate un po' d'inglese al limite vedetelo con i sottotitoli, ma state attenti ogni volta che i sottotitoli fanno parlare i personaggi di colore come se dovessero continuamente ricordarsi a vicenda di esserlo (insomma, il film parla anche di questo, ma intendo frasi come "devi ricordare le sofferenze del nostro popolo, di noi neri, capisci, neri, in quanto non siamo bianchi" o poco meno) perché nei dialoghi originali stan dicendo altro.
Bacini.